Una giornata storta

scritto da innuendi
Scritto 13 ore fa • Pubblicato 6 ore fa • Revisionato 6 ore fa
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... di quella luce ha quel colore ambrato che inganna ...
- Nota dell'autore innuendi

Testo: Una giornata storta
di innuendi

È uno di quei giorni in cui la malinconia ti si siede accanto e decide che non se ne andrà fino a sera. Non importa quello che fai: sposti una sedia, accendi la tv, ti fai una doccia. Lei è lì. Aspetta.

È l’alba. Non ho dormito. Mio figlio è rientrato tardissimo… o prestissimo, dipende da come vuoi guardarla. Ho sentito la chiave nella toppa, i passi leggeri, la porta della sua stanza. Poi il silenzio. Quello che viene dopo, quando qualcuno che ami è appena tornato a casa ma tu non sai da cosa.

Non riesco a stare in casa. Ho bisogno d’aria, di silenzio, di qualcosa che somigli alla pace. Forse nemmeno esiste, la pace. Forse è solo una parola che usiamo per consolarci quando siamo troppo stanchi per cercare altro.

Il paese è immobile, le strade vuote. La luce ha quel colore ambrato che inganna: sembra bello tutto, ma non lo è. Palermo è a un passo, ma qui pare di stare altrove, in una cartolina che ha smesso di commuovere. La guardi, la giri, la rigiri. Non ti dice più niente.

Cammino piano. Cerco il silenzio, e invece trovo il rumore del mondo che non muore mai: gli uccelli, centinaia, che cantano come se ci fosse ancora qualcosa da festeggiare. E forse c'è. Solo che io non lo so più da che parte stare.

Guardo le case, i giardini, le finestre. Le vite degli altri sono un mistero rumoroso. Io le spio, ma non per curiosità: per ricordarmi che esistono ancora persone che non si fanno domande. O che se le fanno, le tengono per sé. Dentro. Come faccio io.

Incontro un'anziana che lava l’uscio di casa. È curva, con le mani nell'acqua e una spazzola di saggina. La saluto. Mi fermo. Scambio due parole. Non so perché lo faccio. Forse perché anche lei è sveglia a quest'ora, e questo ci rende, per un attimo, meno soli. Mi stupisco di me stesso: di solito passo oltre.

Arrivo in piazza. Quella piazza che tutti criticano, troppo moderna accanto alla chiesetta del Quattrocento. Il cemento e la pietra. Il nuovo e l'antico. Come se il tempo non fosse una linea, ma un pasticcio. Mi viene da ridere: la fede è roba che si scrosta come l'intonaco. Ma entro lo stesso.

Non credo in niente. Non ci credo da anni. Forse da sempre. Ma oggi non ho di meglio da fare. E poi, quando sei stanco, anche le abitudini che non hai ti sembrano un rifugio.

Guardo le vetrate colorate, la Madonna, il Gesù con il cuore in mano. E penso: «Proviamo anche con Dio, non si sa mai.»

Gli parlo con la voce di chi ha smesso di aspettarsi qualcosa. Una voce bassa, quasi un sussurro. Non voglio che qualcuno mi senta. Non voglio che qualcuno pensi che sono impazzito.

«Fa che vada tutto bene per i miei figli. E se ti resta un avanzo, buttalo pure su di me. Se no, fa niente.»

Non è vero che fa niente. Ma chi sono io per pretendere miracoli da un Dio sempre in cassa integrazione? Da un Dio che forse, come me, si è rotto il cazzo di ascoltare preghiere che nessuno esaudisce.

Mi siedo su una panca di legno. Fa rumore, scricchiola. Resto in silenzio. Il silenzio delle chiese è speciale. Non è come quello di casa, che pesa. È un silenzio che ti avvolge, come una coperta troppo corta. Non ti copre tutto, ma fa lo stesso.

E come un idiota ripenso alla felicità.

Quando sono stato felice? Forse quasi sempre, forse mai. La verità è che ho dato tanto, a volte troppo, e ho salvato poco. Ho dato tempo, attenzione, soldi, nervi. Ho dato notti insonni e giornate sprecate. Ho dato perché credevo che sarebbe servito a qualcosa. Invece no. O forse sì. Non lo so.

Di un'intera vita spesa a tentare, non ho tenuto che qualche cicatrice. Qualcuna la guardo ancora, allo specchio. Qualcun'altra non la vedo più, ma la sento. Sotto la pelle.

Mi alzo. La panca scricchiola di nuovo. È come se mi salutasse.

Esco dalla chiesa. L’aria fuori è più pesante, ma è la mia. Quella di tutti i giorni.

Mi fermo un momento sui gradini. Non cerco presagi nel cielo e non aspetto che il domani mi convinca di qualcosa. Il domani è solo un’altra casella da barrare sul calendario, una scadenza che non ho chiesto.

Il tempo non sistema niente. Il tempo passa e si prende quello che vuole, lasciandoti solo più leggero di speranze e più pesante di ricordi.

Cammino verso casa. La malinconia è ancora lì, un passo dietro di me, come un’ombra che non ha bisogno del sole per esistere. Non se n'è andata. Ma camminiamo insieme, con lo stesso passo stanco di chi, finalmente, non deve andare da nessuna parte.-


G.L. - 2020 

Una giornata storta testo di innuendi
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